Report VITE SOSPESE: quando la ricerca diventa azione collettiva per cambiare lo stato delle cose
Vite sospese è il Report finale di una ricerca-azione su tratta e sfruttamento lavorativo di cittadini del Bangladesh, Egitto e Pakistan, realizzata all’interno dell’Azione di sistema interregionale Transiti, da 7 Progetti antitratta finanziati dal Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri in 8 regioni (Lombardia, Lazio, Puglia, Umbria, Sardegna, Marche, Abruzzo e Molise).
Ma Vite Sospese è anche il frutto di una riflessione collettiva iniziata nel 2021, e di un lavoro di ricerca-azione realizzato da 47 operatorɜ di 13 enti antitratta, che hanno incontrato rappresentanti di 25 enti e istituzioni (tra cui 6 Commissioni Territoriali, Ispettorati, sindacati, UNHCR, Avvocato di Strada, ecc), e 24 testimoni privilegiati di cui 18 mediatorɜ. Ma il contributo più importante è stato quello dei 42 cittadini di questi paesi che ci hanno raccontato le loro esperienze, le loro vite sospese, e di altri 67 migranti, le cui storie erano state raccolte durante gli incontri propedeutici ad identificazioni e presa in carico, e che sono state analizzate per questa ricerca.
Il Report vuole contribuire al dibattito attuale sia dentro che fuori il mondo degli addetti ai lavori, e concorrere a decostruire le artificiose dicotomie tra migranti economici (da espellere) e rifugiati-vulnerabili (da accogliere), tra paesi sicuri e paesi non sicuri, e molte altre semplificazioni strumentali.
Dal report emerge come lo sfruttamento dei migranti nel nostro paese non sia una devianza episodica, legata alla storia particolarmente sfortunata di qualche persona, o ad una minoranza di aziende “cattive”, ma sia un fenomeno strutturale e sistemico, in cui sono coinvolti moltissimi soggetti, ognuno con il suo ruolo, e il suo tornaconto. La diaspora di queste persone passa attraverso ricatti, violenze, minacce, condizioni di lavoro e di vita “normalmente” degradate, discriminazione e razzismo anche istituzionale, ovvero esercitato da enti e istituzioni che dovrebbero garantire il rispetto dei diritti umani, civili, sociali.
Le Vite di queste persone sono Sospese, perché non hanno il controllo di nessun aspetto della loro vita: possono essere rinchiuse in una casa o in un cantiere negli Emirati Arabi, senza sapere se staranno lì una settimana, un mese o un anno, senza passaporto, o possono essere torturate in Libia per ottenere dai familiari altri soldi, o trovarsi in una barca in mezzo al mare o al freddo nelle montagne o nei boschi per attraversare i confini della Fortezza Europa. Una volta arrivate, una volta “in salvo”, possono attendere un permesso di soggiorno che non arriverà, possono finire recluse in un CPR, o essere deportate e poi reimportate dall’Albania.
Nel frattempo le loro vite (il loro tempo, i loro corpi) diventano merce, strumenti di lavoro (al pari di una zappa, di una rete da pesca, di una cassa dove mettere pomodori) e raramente vengono considerati degli esseri umani con diritti inalienabili, e tantomeno lavoratori a pieno titolo.
Il “discorso” pubblico li vuole cittadini e lavoratori di serie B, che non possono pretendere gli stessi diritti degli autoctoni. I quali sempre più spesso sono sfruttati esattamente come loro, ma dai quali vengono divisi, separati da narrazioni funzionali a creare e mantenere queste distanze (invasioni, stupri, sostituzione etnica). Questi problemi si possono risolvere impedendo alle ONG di salvarli in mare (non potendo affondare direttamente le navi, come qualcuno ha anche suggerito..) , oppure con la nuova parola d’ordine diffusa da gruppi neonazisti: remigrazione.
Le uniche certezze che hanno queste persone è che il loro debito (contratto per arrivare da noi, lavorare ed emancipare le famiglie da destini di povertà senza possibilità di redenzione) aumenta ogni giorno, che le famiglie a casa hanno bisogno di soldi, e che bisogna solo lavorare, lavorare, lavorare in qualsiasi condizione, con qualsiasi paga. Aspettando tempi migliori, che per molti non arriveranno mai.
Il gruppo di lavoro di Transiti individuò alcuni anni prima che diventasse evidente, che si stavano creando catene migratorie dai paesi dell’Asia meridionale e dall’Africa del Nord, che le specializzazioni etniche dello sfruttamento si stavano rafforzando attraverso la creazione di strumenti finanziari (per contrarre debiti e per restituirli), logistica per i viaggi, aziende farlocche (o assolutamente reali) a cui vengono subappaltati cantieri o affidati i lavori nei campi. C’erano (e oggi ce ne sono molti di più) avvocati e consulenti del lavoro pronti ad aggirare leggi, a sfruttare i gap del sistema. E si cominciava a vedere l’utilizzo distorto del Decreto Flussi, che oggi è diventato il primo strumento usato dai trafficanti di persone destinate allo sfruttamento.
Oggi il Bangladesh è il primo paese per numero di persone che entrano con il decreto flussi, è il paese dal quale provengono gran parte dei nuovi ingressi nei programmi di protezione ex art. 18, è il paese che vede arrivare rimesse dai suoi concittadini in Italia che sono aumentate in modo esponenziale negli ultimi anni.
Un’altra intuizione felice del gruppo di lavoro fu la consapevolezza che 20 anni di antitratta focalizzati sulla Nigeria aveva reso difficile per noi operatorɜ guardare le altre popolazioni in arrivo senza essere influenzati dai meccanismi della tratta dalla Nigeria. E quindi c’era la necessità di farsi aiutare da esperti dei paesi oggetto della ricerca, per capire qualcosa di più del contesto socio-antropologico, culturale ed economico dal quale queste persone vengono. E abbiamo coinvolto il Professor Tommaso Sbriccoli, UCL di Londra, esperto di Pakistan e Bangladesh e il Professor Gennaro Gervasio, Università Roma Tre, esperto di Egitto. Nel report trovate anche i loro illuminanti contributi.
Nel report, oltre ai focus paese, ci sono ragionamenti sul ruolo delle comunità di concittadini, dei centri di accoglienza, delle filiere produttive in cui sono sfruttati.
Rispetto all’ipotesi di ricerca (queste persone sono vittime di tratta a scopo di sfruttamento lavorativo?) possiamo dire che, anche se non c’è rapporto diretto tra il datore di lavoro che li sfrutta in Italia e il sistema di smuggling che li ha fatti arrivare, queste persone sono già in partenza destinate allo sfruttamento lavorativo. Molti di loro, in particolare bangladesi e pakistani, non possono rientrare nei loro paesi senza aver saldato debiti importanti senza subire conseguenze gravi (confisca beni, riduzione in schiavitù, violenza su di loro e le loro famiglie, esclusione e stigma, probabile re-trafficking), e quindi la loro condizione di sfruttamento lavorativo in Italia è fortemente collegata e deriva in maniera molto chiara dalla vicenda di tratta subita.
Oggi, mentre manca poco tempo all’entrata in vigore del Patto Europeo Migrazioni e Asilo, che cambierà in peggio la situazione di queste persone (e di conseguenza di tuttɜ noi), è necessario continuare a studiare, capire, e a cercare alleanze in tutti i settori, a partire dalla società civile, per arginare le peggiori derive di queste politiche, ma soprattutto per coinvolgere tutta la cittadinanza nella lottaLotta Essere in prima linea per affrontare ingiustizie e discriminazioni attraverso azioni di cittadinanza attiva, impegnandosi per promuovere l’uguaglianza di tutte le persone. contro lo sfruttamento di tuttɜ lɜ lavoratorɜ.
Buona lettura e grazie ancora a chi ha reso possibile questo lavoro.
Fabio Sorgoni
Responsabile Area Tratta e Sfruttamento
Coordinamento Tecnico Azione di Sistema Transiti
Coop. On the Road