Per un’Antropologia della Strada: rilanciare una prospettiva della prossimità
Quando è nata l’idea di dover strutturare un intervento che potesse in qualche modo articolare e rilanciare una riflessione di natura metodologico-culturale rispetto al nostro lavoro ed i nostri servizi, come accade spesso nella vita, sono incappato casualmente in una frase/affermazione che mi sembrava e mi sembra potente, evocativa e particolarmente congruente nel descrivere quel grumo di sentimenti, percezioni, significati ambivalenti che sono il portato ineludibile del nostro agire quotidiano di operatorɜ di strada, contatto, prossimità.
Una frase, quella a cui mi riferisco, estrapolata da un’intervista edita su Animazione Sociale a Miguel Benasayag, filosofo e psicoanalista argentino che recita cosi: “l’epoca è oscura, ma noi siamo vivi”.
Eh si, noi siamo vivɜ: a volte affaticatɜ, claudicanti, in eterno equilibrio tra un fare rigoglioso ed il senso di impotenza che pervade, a volte, l’operatorɜ di prossimità e che, per un verso, è ascrivibile alla frustrazione, che è parte del bagaglio di tutte le “professioni di aiuto”, ma che dall’altro si colora di specificità e tipicità connesse al nostro settore. Sia per la tipologia di beneficiarɜ con cui entriamo in contatto, sia per il mandato stesso che formalmente e concretamente ci anima.
Nell’intervento di Fabio Sorgoni, abbiamo rivisitato il senso del nostro lavoro, la cornice storica entro cui si è prodotto nel nostro Paese e la sua centralità nella storia del sistema anti-tratta italiano. Il quadro oggi lo sappiamo, lo vediamo, lo sentiamo…è cambiato. A partire dalla mera constatazione che determinate categorie e paradigmi di pensiero, penso ad esempio all’onnicomprensiva “complessità”, che nei decenni precedenti si delineavano in mille rivoli interpretativi, ora si sono dispiegati in tutta la loro forza dirompente, anche, destabilizzante.
Le Dimensioni Digitali, che tanto hanno impattato ed impattano, ovviamente, anche con i fenomeni e gli ambiti oggetto del nostro lavoro, alimentano scenari, sub-culture, contesti che se “digitalmente” sono visibili, relazionalmente ed operativamente risultano distanti chi in particolare è attivə nella dimensione indoor sa cosa intendo. La contraddizione strutturale che viviamo è quella tra un iper visibile che si converte, paradossalmente, oggettivamente, nell’essere sostanzialmente celato allo sguardo.
Ormai è patrimonio comune – e non intendo solo nelle scienze umane – la consapevolezza che la digitalizzazione se in potenza produce relazione/connessione, nella sostanza, molto spesso, alimenta solitudini, concorrendo a creare un mondo di solitudini affollate, come dice Ugo La Pietra nel suo libro, che è un po’ una definizione, a mio avviso, piuttosto congruente dello scenario sociale in cui siamo immersɜ.
Sappiamo quanto si sono strutturalmente modificati e diversificati i fenomeni che rappresentavano i contesti del nostro agito, è inutile starlo a ripetere. La realtà sociale che abbiamo di fronte e nella quale dobbiamo operare è sempre più frammentata in mille pezzi che a fatica comunicano tra di loro e con i quali, con molta difficoltà, riusciamo ad interagire, noi che siamo quellɜ che devono provare a cucire questo tessuto sfilacciato.
Noi, per antonomasia, siamo quella nicchia di operatorɜ sociali che vive immersa nel mondo. Per interrogare la realtà, coltivare curiosità, produrre prassi che abbiano un senso sulla base di una necessaria attitudine esplorativa. È questa postura che io ho sempre interpretato in chiave antropologica. La strada ed i luoghi del nostro intervento si configurano come spazi antropologici della relazione, dell’incontro, del possibile come della conoscenza.
Siamo antenne, o come spesso ci siamo ripetutɜ, ponti.
E lo siamo a partire dalla capacità, o ancor prima dalla volontà, di esserci nei luoghi di vita. Siamo un osservatorio privilegiato che subodora e può intuire cambiamenti sociali, processi culturali, dinamiche economiche e geo-politiche. Una finestra sui mondi di sotto e di lato che, a ben vedere, ti aiuta a leggere ed intrepretare quello che succede nei/ai mondi ufficiali e formali.
Parlavo di attraversare i luoghi: ma quali luoghi? Quanti luoghi? Anch’essi così diversi. Fisici e virtuali, informali – come da tradizione – e sempre più spesso anche istituzionali, come avremo modo di discutere nei vari gruppi di lavoro.
Di fronte a questo quadro magmatico dobbiamo necessariamente, a mio avviso, mettere le mani in tasca e tirare fuori la bussola. Ritrovare l’orientamento è un atto di responsabilità quando si è in cammino, tanto più che nel nostro caso la conoscenza non è fine a sé stessa (ricerca) ma vuole muovere nella direzione del supporto ai processi di emancipazione di persone con traiettorie esistenziali dolorose (azione).
Su un piano generale, oggi è necessario operare un rilancio di quelle forme d’intervento articolate che si possono ricondurre all’intervento di strada e al “paradigma della prossimità”. Credo che questo sentimento, questa impellenza, la sentiamo anche noi nel contesto del nostro ambito di lavoro, cosi tenacemente legato a questo universo di pratiche.
Negli ultimi anni nel panorama del dibattito pubblico circa il mondo della marginalità e degli interventi da operare su di esso, si è assistito ad uno “schiacciamento” su logiche securitarie e conformistico-repressive, che, aldilà delle posizioni ideologiche, non hanno portato a risultati concreti: ovunque si è sedotti dal desiderio di erigere muri reali o virtuali per difendere cortili sempre più piccoli.
Dall’altro lato, lasciatemelo dire, sembra che il sistema di pensiero che apparentemente prova a contrapporsi a questa vulgata non vada oltre uno storytelling fatto di slogan, buoni propositi, petizioni di principio, all’insegna di una sorta di brandizzazione del buono e del giusto. Il nostro lavoro in questo contesto deve rimanere sul pezzo delle contraddizioni sociali, ed avere la capacità di non cedere al conformismo, a tutti i conformismi.
Lo stesso legittimo, auspicato, processo di “professionalizzazione” che sostanzialmente è coinciso con l’incedere lavorativo della mia generazione, se non è sostenuto/alimentato contestualmente dalla tensione ideale, come dal coltivare quelle competenze trasversali, tanto necessarie quanto non riducibili/comprimibili nello spazio di un C.V., ha rischiato e rischia di depotenziare l’agito operativo. Di privarlo di un orizzonte di senso. E diciamocelo, il lavoro sociale a contatto con la marginalità ed i gruppi stigmatizzati quando è orfano di questa cornice di senso si converte in qualcosa di profondamente alienante in chi lo opera.
Vedete, nel nostro caso specifico non si tratta solo di una questione di natura etico-valoriale, ma anche propriamente metodologica, anzi, meglio ancora, ontologica. Qualcosa, quindi, che ha a che fare con l’essere ciò che siamo. Ivan Ilić affermava che quando “Si crea la struttura, si perde il senso”, ed è un qualcosa che mi “risuona” in maniera particolare se penso alla nostra storia.
Ecco, credo che la sfida – una delle sfide che abbiamo davanti – è proprio quella di evitare consapevolmente questa deriva che, a ben vedere, mette in crisi il paradigma stesso del nostro modello. Noi abbiamo un senso se, e proprio se, riconosciamo curiosɜ e sbigottitɜ il mare di Baumann in cui siamo immersɜ, e non siamo come pietre che vanno a fondo in virtù della forza di gravità, ma proviamo addirittura a nuotare e ad immaginare rotte. Direi che non basta galleggiare.
Noi – come operatorɜ di servizi di strada/prossimità – svolgiamo una funzione nella misura in cui abbiamo il dovere e l’onere di lasciare spazio all’incerto, all’imprevisto, all’indefinito. E questo è tanto più vero oggi, in cui tutto è o appare protocollato, sedimentato, burocraticamente – apparentemente – strutturato, mentre “fuori” dagli uffici dei servizi sociali, dagli ambiti e dalle Prefetture, nei quartieri, nelle piazze, la realtà è per sua natura camaleontica e costitutivamente resistente all’eccessiva formalizzazione dei modi e dei tempi.
A proposito della categoria “tempo” in generale direi che dobbiamo salvaguardare il lavoro di strada come antidoto alla deriva prestazionale e – nei limiti del possibile – alla dittatura di un tempo perennemente occupato, usato, catalogato. Lo sguardo etnografico – associabile al nostro – si posa sui tempi morti e da quelle “pause” apprende. A volte quello che “conta” non è quello che veramente serve.
In altre parole, andrebbe ricordato a noi stessɜ che essere “destrutturatɜ”, o meglio essere proattivɜ nelle condizioni di destrutturazione, non è il limite che scontiamo, ma la precisa scelta che poniamo in campo. Una competenza, una skill, come si direbbe oggi, non solo un afflato sentimentale o una presa di posizione morale. Questa, credo debba essere la nostra identità. E questo deve essere – continuare ad essere – come dire, il nostro marchio di fabbrica.
Prima parlavo di competenze trasversali e di attitudine. La necessità di agire nell’incertezza ed in una dimensione temporale caratterizzata da discontinuità presuppone, inoltre, che nella loro operatività quotidiana lɜ operatorɜ siano in grado di far convergere e convivere i due concetti di “bassa soglia” e “alta professionalità”. Non si tratta di sapere tutto, ma di essere formatɜ su vari livelli. E di saper fare sintesi. Saper fare bricolage, produrre risposte transitorie, escogitare.
Escogito Ergo Sum, parafrasando Cartesio, potrebbe essere il motto dell’operatorɜ di strada da porre su un ipotetico stemma araldico. Alta professionalità qui è innanzitutto sinonimo di Plasticità e Invenzione, o per meglio dire, creatività.
Essere quellɜ “agili” è parte della nostra funzione storica nell’ambito dell’insieme piu ampio dei servizi, siamo ponti tra i mondi ai margini ed i servizi, certo. Ma siamo ponti anche tra i servizi stessi, ognunə che vive la sua realtà parallela, e cerchiamo di costruire connessioni tra uffici, responsabilità, istanze. Che è un po’, se ci pensate, la cifra del nostro sistema anti-tratta globalmente inteso. In questo preciso compito siamo, quando funzioniamo bene, animatorɜ di reti.
Giunto alla fine di questa sconclusionata riflessione sento che manca un qualcosa, una parola, un concetto, uno strumento. E la parola è RELAZIONE. La strada, la casa o il quartiere, lo spazio di una telefonata, si configurano come uno spazio esistenziale dove la qualità delle relazioni è il perno attorno al quale costruire percorsi di senso. Relazione con l’Altrə che non è mai stabile, ma piuttosto in eterna oscillazione tra due poli: quello della razionalità, dell’osservazione lucida, dell’analisi neutra – in qualche modo asettica – e quello dell’incontro che, invece, implica apertura, accoglienza, cura, empatia. Si, anche Affettività, non è una bestemmia.
Coraggio, certo anche il Coraggio. Quel coraggio che mi fa esclamare, insieme all’argentino, l’epoca è oscura ma siamo vivɜ!
Intervento di Antonello Salvatore, operatore outreachOutreaching L’outreaching, o lavoro sociale di prossimità, è una metodologia di intervento che colloca le equipe multidisciplinari presso luoghi ad alta fragilità sociale con l’obiettivo di intercettare e agganciare i target maggiormente vulnerabili e, abbassando la soglia di accesso ai servizi offerti dall’ente, fornire loro risposte ai bisogni nei relativi contesti di lavoro e/o di vita. della Cooperativa On the Road, all’incontro nazionale delle unità di stradaUnità Mobile L’unità mobile, o unità di strada, è un servizio di emersione che si caratterizza per la proattività dell’intervento offerto. L’equipe multidisciplinare, attraverso lo sportello mobile itinerante, raggiunge i target vulnerabili nei relativi contesti di lavoro e/o di vita, offrendo loro servizi finalizzati alla riduzione delle conseguenze associate alla condizione di fragilità e a favorirne l’eventuale fuoriuscita e di contatto del sistema antitratta italiano, Novembre 2025, Pescara