Politiche migratorie e del lavoro e sistema economico-produttivo: la strage dei lavoratori migranti ad Amendolara

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lunedì 08 Giugno 2026

Il 1 giugno ad Amendolara, in provincia di Cosenza, quattro lavoratori tra i 19 e i 29 anni impiegati nella raccolta delle fragole sono stati bruciati vivi dai loro caporali. Leggetelo di nuovo adesso, ma lentamente, facendo attenzione ad ogni parola: lavoratori tra i 19 e 29 anni bruciati vivi dai loro caporali. Ullah Ismat Qiemi (19 anni), Safi Iayjad (27 anni), Amin Fazal Khogjani (28 anni) di nazionalità afghana, e Waseem Khan (29 anni), pakistano.

Questo è un fatto politico, non di cronaca nera.

La nostra economia, come la nostra Repubblica, è fondata sul lavoro, sì, ma sul lavoro sfruttato, quello di masse di persone migranti e italiane che non hanno la forza “contrattuale” per emanciparsi da queste condizioni. Purtroppo per arrivare all’attenzione generale dei media (per qualche giorno) i fatti devono prevedere morte, brutalità, efferatezza, come Satnam Singh, il lavoratore indiano morto perché il suo padrone non lo aveva portato in ospedale nonostante si fosse tranciato un braccio lavorando nei suoi campi. Ed è necessario che il sacrificio di queste persone serva almeno a creare un po’ di attenzione sulle ragioni che hanno portato alla loro morte. Ma davanti allo “scandalo” dei lavoratori impiegati per i lavori al consolato americano di Milano e pagati 2 euro l’ora, l’attenzione è più incuriosita che indignata.

Oggi, davanti alla strage calabrese, i commenti mainstream vanno nella direzione della guerra tra mafie, come se in Calabria la ndrangheta avesse come competitor una presunta mafia pakistana. E non fosse quest’ultima una semplice pedina, un’agenzia di somministrazione di lavoro. Oppure si scarica sul caporale assassino, che è sicuramente l’esecutore, ma che ha probabilmente fatto quello che prevedeva il suo ruolo nella catena di comando. Punire chi non subisce in silenzio, chi pretende il rispetto dei suoi diritti.

E la loro ribellione, che ha causato la loro atroce morte, è un segno di discontinuità, un esempio per tutti i lavoratori sfruttati. Ed è per questo che sono stati puniti, per fare paura agli altri: che nessuno osi ribellarsi. Ma non sono certo i primi lavoratori migranti ad essere uccisi per difendere i loro diritti. Da Jerry Maslo, attivista sudafricano ucciso a Villa Literno, in Campania, nel 1989, a Soumaila Sacko, un attivista e bracciante maliano appartenente all’Unione Sindacale di Base (USB), assassinato il 2 giugno 2018 a Vibo Valentia in Calabria. Come ci insegna Freire solo gli oppressi che prendono coscienza della loro oppressione possono combattere contro chi li opprime. Si tratta solo di fornire gli strumenti che un paese democratico dovrebbe possedere.

Per collocare questa strage dentro una cornice di senso, è necessario aver chiari alcuni elementi che sono economici, politici e infine culturali, tutti ovviamente interconnessi.

Negli ultimi anni risulta evidente – dal lavoro delle Procure su casi di caporalato in tutte le filiere produttive, in tutte le regioni d’Italia, ma anche dai dati provenienti dal sistema antitratta, da ricerche specifiche (come Vite Sospese), dal lavoro di analisi di centri studi come l’Osservatorio Placido Rizzotto, della FLAI-CGIL che pubblica ogni anno Agromafie e Caporalato – che l’utilizzo di manodopera straniera sfruttata sia un dato strutturale di molte filiere produttive italiane. L’agricoltura ovviamente in prima linea, perché storicamente basata sul caporalato autoctono, permette di lavorare anche a chi, appena arrivatə, non parla italiano e permette invisibilità e controlli quasi impossibili vista la tipologia di contratti e del lavoro.

Ma se comprando una bottiglia di pomodoro non vediamo davanti a noi un africano che solleva una cassa, dobbiamo ammettere che quando andiamo all’autolavaggio e paghiamo 15 euro un servizio che ne costava 30 euro 15 anni fa, vediamo davanti a noi i ragazzi egiziani, bangladesi che lavorano. E non ci chiediamo quanto prendono, se sono in regola, come vengono trattati.

L’edilizia, il delivery, i cantieri navali, il commercio, la logistica, i servizi (come gli autolavaggi), o i servizi alla persone (badantato): tutti i settori usufruiscono di questa possibilità di abbattere il costo del lavoro e quindi fare margini economici più alti. In molti casi senza questa possibilità sarebbero fuori dal mercato. E alla fine fuori dal mercato ci finiscono lɜ imprenditorɜ onestɜ, perché non possono reggere questa concorrenza.

Lɜ Ispettorɜ del Lavoro (che solo dal 2016, con la L. 199/2016 contro lo sfruttamento e il caporalato hanno un ruolo decisivo nel contrastare questi fenomeni) sono meno di 4.400 (e moltɜ di loro non svolgono ispezioni nei luoghi di lavoro e svolgono altre mansioni), mentre erano quasi 5.500 10 anni fa.

E poi c’è la questione dei subappalti, della fornitura esterna di servizi. Anche se il guadagno finale è dell’aziende (anche “grandi” marchi), lo sfruttamento avviene presso aziende esterne, ed è già difficile oggi arrivare al “mandante”, si prospettano “scudi” penali per non creare problemi al Made in Italy. Stessa logica per gli oligopoli della Grande Distribuzione Organizzata, che costringe lɜ produttorɜ a svendere, per vendere sottocosto e fare comunque guadagni importanti.

Per quanto riguarda le politiche migratorie, dopo anni di continua erosione dei diritti dei richiedenti asilo, dopo Decreti Sicurezza, Legge Cutro, e molti altri interventi, e lo smantellamento di fatto del sistema di accoglienza SPRAR, che era una buona pratica internazionale, ora stiamo per entrare in un nuovo mondo dove il diritto di asilo sarà di fatto riservato solo a pochɜ, mentre a tuttɜ lɜ altrɜ verrà praticamente negato anche il diritto di presentare una domanda per ottenerlo. Senza entrare troppo nel merito, queste misure si tradurranno in migliaia di immigratɜ senza permesso di soggiorno e con il terrore di avvicinarsi a forze dell’ordine e ai servizi pubblici per non rischiare di essere rinchiusɜ in un CPR o rimpatriatɜ.

La misura che la politica ha messo in campo per promuovere ingressi regolari collegati con un’assunzione è il Decreto Flussi. Però su 180.000 ingressi con DF, solo nel 15% dei casi l’assunzione si è verificata. Gli altri sono diventati irregolari, e invisibili. Ma, non ricevendo vaglia da casa, e dovendo, al contrario, pagare gli interessi sul debito e mantenere le famiglie, evidentemente stanno lavorando, irregolarmente, molto probabilmente sfruttati, da qualche parte.

Per contrastare questo sistema politico-economico che genera disuguaglianza e sfruttamento, perché è la sua fonte di guadagno e di legittimazione, è necessaria una presa di coscienza collettiva, e un’inversione di tendenza culturale. Non basta più la solidarietà verso le vittime, l’indignazione passeggera.

Il compito di realtà come On the Road – che sono di fatto parte dell’intervento pubblico perché finanziate (principalmente) dal Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio per attività contro la tratta e il grave sfruttamento e la violenza di genereViolenza di genere Fenomeno di matrice culturale che deriva da un disequilibrio storico di potere tra generi e che consiste in comportamenti discriminanti, aggressivi e lesivi la dignità delle persone identificate come donne e/o che fanno parte della comunità LGBTQIAP+, condannandole ad essere percepite come subordinate e vulnerabili, limitandone il diritto all’autodeterminazione., dal Ministero del Lavoro per contrastare lo sfruttamento e supportare l’integrazione, dal Ministero dell’Interno per accogliere e sostenere percorsi di inclusione – è anche quello di informare, di sensibilizzare, “coscientizzare”, come diceva Freire, e creare alleanze nei territori, mettere in discussione le rappresentazioni sociali dominanti favorevoli alla riproduzione del sistema di sfruttamento.

On the Road lavora da più di 30 anni per combattere lo sfruttamento – sessuale, lavorativo, delle economie illegali. Ogni giorno incontriamo tante persone che vivono un’esistenza difficile, pericolosa, senza possibilità di scelta. Noi facciamo la nostra parte, ma quando un lavoratore sfruttato entra nei nostri progetti e inizia un percorso di emancipazione, il suo posto viene immediatamente preso da un altro lavoratore sfruttato. Non è un destino, è una scelta. Una scelta politica.

Per concludere questa riflessione possiamo rimandare ad un articolo a più firme apparso su Melting Pot, dove si approfondisce l’analisi dei legami tra ndrangheta, imprese legali e GDO, citando un passaggio nel finale di Francesco Piobbichi di Mediterranean Hope: “E si: il fuoco dei braccianti ha illuminato questa merda. Evitiamo che lo spengano in fretta, almeno per il rispetto di quei ragazzi cosi giovani, morti in modo così atroce”.

Fabio Sorgoni, Responsabile dell’Area Tratta e Sfruttamento della Cooperativa On the Road.

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