La povertà non è uno spettacolo
Rimaniamo sgomentɜ di fronte a quanto accaduto a San Benedetto del Tronto, dove un noto personaggio pubblico di estrema destra, esponente di Futuro Nazionale, ha aggredito fisicamente in strada una persona migrante in condizioni di evidente vulnerabilità. L’aggressione è stata ripresa in modo strumentale e programmato per essere mostrata sui social, quasi come un monito e un tentativo di bassa lega di aumentare la propria visibilità online.
Una volta, a dichiararsi razzisti ci si vergognava. Oggi, con personaggi del genere che soffiano sul vento dell’odio, essere apertamente razzisti è diventato spettacolo, non solo alla luce del sole, ma soprattutto alla luce degli schermi dei nostri telefoni.
La povertà dà fastidio perché costringe ad approfondire storie, motivazioni, comportamenti, fragilità e devianze. Scegliere di stare accanto alle persone che vivono in condizioni di marginalità significa decidere di addentrarsi in esistenze spesso complesse e dolorose, delle quali non si potranno mai conoscere fino in fondo tutti gli aspetti.
Spesso noi di On the Road veniamo chiamatɜ perché qualcunə ci chiede di “togliere” persone senza dimora dalla strada, come se sottrarle alla vista equivalesse a risolvere il problema. Ma è proprio qui che emerge la questione centrale: in un sistema che tende a spingere molte persone verso l’invisibilità, non essere vistɜ finisce per coincidere con il non esistere. E il non esistere coincide con la disumanizzazione, con il non avere alcun diritto, nemmeno quello alla privacy.
Le persone povere che vediamo in strada smettono di essere riconosciute come persone: diventano oggetti da inquadrare, fotografie da condividere, contenuti da dare in pasto all’algoritmo. In questo modo, la loro immagine viene sfruttata per alimentare pregiudizi, consenso e divario sociale, trasformando la povertà in spettacolo e la dignità umana in merce.
Il disagio non è soltanto quello delle persone che vivono in povertà. È anche quello di cittadinɜ incapaci di sostenere il peso di ciò che i nostri sistemi socio-economici producono, lasciando indietro tante persone. La presenza della marginalità ci mette di fronte a una responsabilità collettiva che spesso preferiremmo non vedere.
Per chi vive senza una casa, la lottaLotta Essere in prima linea per affrontare ingiustizie e discriminazioni attraverso azioni di cittadinanza attiva, impegnandosi per promuovere l’uguaglianza di tutte le persone. quotidiana è anzitutto una lotta per rimanere visibile. Quando non si ha più nulla, questo diventa uno sforzo quasi sovrumano. Richiede una scelta attiva, una determinazione che non tutte le persone in questa condizione riescono a mantenere. Alcune smettono di credere che esista ancora qualcunə disposto a guardarle, ascoltarle, accoglierle.
Quanta forza serve per continuare a credere nellɜ altrɜ? Quanta forza occorre per esporsi ancora, rischiando l’ennesimo rifiuto?
Se ti avessero tolto tutto? Se avessi perso anche quei pochi beni personali che possedevi, i documenti, i riferimenti che attestano la tua stessa esistenza? Se fossi statə resə davvero invisibile e, nonostante tutto, trovassi ancora dentro di te la determinazione e il desiderio di essere vistə – condizione imprescindibile per poter risalire la china? Non verrebbe forse anche a te il desiderio di gettarti nel mezzo della strada e gridare, con il solo peso della tua presenza, “esisto”? Esisto anche se voi non mi vedete. Esisto anche se mi è stato tolto tutto. Esisto anche se non corrispondo a ciò che vorreste che fossi.
Avere il potere di interrompere, anche solo per un momento, il flusso della quotidianità per costringerci a vedere è una protesta silenziosa ma potentissima.
La forza di quella protesta si è resa evidente proprio nelle reazioni che ha suscitato. Di fronte a un gesto certamente disturbante, ma non violento, si è manifestata immediatamente la volontà di azzerare, cancellare, rimuovere. L’atto di allontanare con la forza, di aggredire o di colpire, non è altro che l’espressione di una crescente incapacità di comprendere la complessità.
È estremamente grave che, nel periodo storico che stiamo vivendo – fatto di muri, respingimenti, odio e paura – l’unica risposta che sembra essere accettata sia la “giustizia privata”.
In una società sempre più individualista, abbiamo il dovere di andare oltre il muro che ci hanno costruito intorno: restare vigili e alleatɜ nel riconoscere l’altrə, nel restituire visibilità, nello spostare lo sguardo verso chi porta dentro un mondo di complessità che non possiamo nemmeno immaginare.
Restare umanɜ.