Le pratiche di prossimità nel sistema antitratta: una scelta di campo

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giovedì 05 Febbraio 2026

Il titolo parla di “scelta di campo”, ovvero del fatto che la presenza delle pratiche di outreachOutreaching L’outreaching, o lavoro sociale di prossimità, è una metodologia di intervento che colloca le equipe multidisciplinari presso luoghi ad alta fragilità sociale con l’obiettivo di intercettare e agganciare i target maggiormente vulnerabili e, abbassando la soglia di accesso ai servizi offerti dall’ente, fornire loro risposte ai bisogni nei relativi contesti di lavoro e/o di vita. nel nostro sistema non sia stata solo una necessità metodologica per lavorare con la prostituzione di strada, ma anche una scelta di posizionamento culturale e politico.

Negli ultimi 10 anni le nostre attività, hanno subito grandi cambiamenti, sono cambiati i fenomeni, i sistemi normativi e le narrazioni dentro le quali viviamo. Dalla prostituzione di strada all’indoor e ora il mondo del web. Negli anni 2016-2019 abbiamo incontrato migliaia di richiedenti asilo nigeriane, poi c’è stata la cesura del covid e lo sfruttamento lavorativo, il caporalato, e oggi il tema delle frontiere e dei porti per raggiungere persone che avrebbero diritto al nostro aiuto: questa volta ad impedirci di raggiungerli non sono le madame e i caporali, ma è lo Stato.

Alle unità di contatto è stato chiesto di fare cose molto diverse tra loro, e questo ci ha permesso di imparare, di non chiuderci dentro i nostri mondi autoreferenziali, ma al tempo stesso è molto pesante, mette in crisi le nostre sicurezze, ci fa sentire inadeguatə, impreparatə. Chi fa questo lavoro da molti anni si è dovuto spesso rimettere in gioco per acquisire competenze nuove, ma anche per ridefinire il senso di questi interventi. Chi è arrivatə da poco potrebbe non sapere da dove vengono queste pratiche e per quale motivo rappresentano un asset prezioso e unico all’interno del panorama delle politiche sociali italiane, al di là della loro funzione prestazionale, e sicuramente al di là della riduzione ad indicatori, output di progetto.

Mi chiedo se al di là delle sperimentazioni metodologiche, delle tecniche, delle pratiche, dei crossover progettuali che ci fanno essere FAMI la mattina, anticaporalato il pomeriggio e bando unico la sera, quando usciamo continuiamo ad avere l’obiettivo di produrre un cambiamento, di incidere in qualche modo sul contesto – politico, economico, culturale – che contribuisce a creare le condizioni in cui prosperano le violazioni dei diritti in cui noi interveniamo.

Scelta di campo significa osservare la realtà, vedere che da una parte c’è un sistema che genera e riproduce dinamiche di sfruttamento, esclude dall’accesso ai diritti attraverso discriminazione e razzismo istituzionale, riproduce asimmetrie di potere economiche, di genere, etniche. Dall’altra parte c’è chi subisce tutto questo, vive nel ricatto e nella paura.

Allora noi prendiamo posizione. Ad esempio nel conflitto tra capitale e lavoro, quando il capitale ha la faccia non tanto del caporale ma della Grande Distribuzione Organizzata, e il lavoro ha la faccia della persona migrante senza diritti, che vive in baracche, che deve abbassare la testa e accettare paghe da fame.

Prendiamo posizione contro una cultura maschilista e patriarcale che è alla base dell’utilizzo del sesso sfruttato.

E prendiamo posizione contro politiche e soprattutto narrazioni tossiche, che si accaniscono nell’identificare nella persona straniera – e anche nella persona povera – il produttore di malessere, e anche in quelle basate sull’utilitarismo demografico e lavorativo.

POLITICHE E PRATICHE DI PROSSIMITÀ IN ITALIA

Nell’ultimo numero di “Soste”, il periodico del Numero Verde AntitrattaNumero Verde Antitratta Il Numero Verde Antitratta 800 290 290 è stato istituito dal Dipartimento per le Pari Opportunità nel 2000, nell’ambito degli interventi in favore delle vittime di tratta. Al Numero Verde, anonimo, gratuito e attivo 24 ore su 24 ogni giorno dell’anno, si possono rivolgere le potenziali vittime di tratta e sfruttamento per chiedere aiuto, ma anche privati cittadini, Forze dell’Ordine, rappresentanti di enti pubblici o privati e membri delle associazioni di categoria del mondo del lavoro che sono a conoscenza di casi di sfruttamento e abusi o che desiderano segnalare o avere informazioni su tali tematiche., è stato ricordato come la nascita Sistema Antitratta si deve ad una felice congiuntura tra una politica lungimirante, aperta alla società e al cambiamento, e un terzo settore e un attivismo sociale e politico che aveva maturato una grande esperienza e consapevolezza, che ha creato i presupposti metodologici e culturali per l’inserimento della prossimità nei progetti antitratta.

Diversi approcci confluirono in una visione plurale, composita, anche conflittuale, ma generativa, come si dice oggi. Molte realtà portarono i temi provenienti dalle esperienze di educativa di strada, di animativa di strada e reti sociali. Questi mondi hanno radici profonde, tra gli altri Don Milani di Lettera ad una Professoressa e Paulo Freire della Pedagogia degli oppressi, che identificavano nell’intervento pedagogico di comunità, di strada, un’azione per comprendere e combattere i sistemi di potere che opprimevano le classi popolari.

Altri approcci erano più direttamente politici e identitari, come il Comitato per la difesa dei diritti civili delle prostitute e il Movimento per l’Identità Transessuale. Un altro approccio è stato quello delle realtà femministe e le esperienze sul contrasto alla violenza di genereViolenza di genere Fenomeno di matrice culturale che deriva da un disequilibrio storico di potere tra generi e che consiste
in comportamenti discriminanti, aggressivi e lesivi la dignità delle persone identificate come donne e/o che fanno parte della comunità LGBTQIAP+, condannandole ad essere percepite come subordinate e vulnerabili, limitandone il diritto all’autodeterminazione.
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E le reti di parte del mondo cattolico – penso alle suore, le Oblate che a San Benedetto, con Suor Charro e le sue sorelle, che hanno contribuito alla nascita di On the Road e alla Caritas che a Pescara è ente attuatore del progetto Asimmetrie, che insieme a Piattaforma e CNCA, è una delle reti nazionali presenti nel comitato tecnico del piano che ha sempre tenuto rapporti diretti con il Dipartimento per le Pari Opportunità.

E le esperienze delle amministrazioni pubbliche lungimiranti, come Bologna e Venezia, che già sperimentavano interventi di strada molto prima dell’art. 18.

Negli anni ’80 e ’90 la tradizione culturale-politica-umanistica incontrò il pragmatismo della Riduzione del DannoRiduzione del danno La riduzione del danno e/o dei rischi si configura come un approccio metodologico che ha per obiettivo l’implementazione di azioni che possano garantire, a chi agisce comportamenti a rischio, la prevenzione o la riduzione delle conseguenze fisico-psicologico-sociali ad essi associate., sviluppato all’interno delle politiche di welfare pubbliche del nord europa, negli interventi sulle tossicodipendenze. Al centro dell’approccio c’era la creazione di relazioni non giudicanti, il rispetto delle scelte di vita anche se diverse dalle nostre [n.d.c. ne abbiamo parlato in questo articolo]. Le pratiche di strada, in particolare la riduzione del danno, in Italia sono nate sulla tossicodipendenza, in particolare in conseguenza dell’allarme sociale causato dall’AIDS, ma non sono mai diventate un servizio stabile in tutto il territorio nazionale.

Il sistema antitratta è l’unico sistema che ha fatto delle pratiche di prossimità un pilastro, un asset fondamentale dell’intero intervento. L’unico sistema che sperimenta, si confronta a livello nazionale e anche internazionale, mantiene un approccio di continua ricerca-azione. E ha contaminato altri sistemi di intervento, penso ad esempio all’inserimento delle unità di stradaUnità Mobile L’unità mobile, o unità di strada, è un servizio di emersione che si caratterizza per la proattività dell’intervento offerto. L’equipe multidisciplinare, attraverso lo sportello mobile itinerante, raggiunge i target vulnerabili nei relativi contesti di lavoro e/o di vita, offrendo loro servizi finalizzati alla riduzione delle conseguenze associate alla condizione di fragilità e a favorirne l’eventuale fuoriuscita nei progetti del Ministero del Lavoro fin dal bando 1/2019.

Prima di chiudere questo excursus storico voglio ricordare un importante momento in cui siamo intervenutə direttamente con una presa di posizione politica.

Nel 2008 il Ministro dell’Interno Maroni diede ai sindaci il potere di emettere ordinanze per garantire la sicurezza dei loro comuni. Fu il periodo delle famigerate Ordinanze contro la prostituzione. Nel 2009 andammo, come Osservatorio delle Unità di Strada, in Senato a presentare un Report sui danni che queste ordinanze stavano facendo peggiorando la condizione di vita di persone che già erano succubi di madame e sfruttatori e sull’illegalità di misure in contrasto con le leggi nazionali.

Andiamo fuori per non essere parte di un sistema segregante.

Senza le pratiche di outreach ci ridurremmo ad aspettare che le persone entrino nei nostri centri di ascolto e si siedano dall’altra parte del tavolo, rinforzando l’asimmetria di potere tra chi aiuta e chi è aiutatə. Il lavoro nelle comunità è importante, soprattutto nei molti casi di persone che hanno bisogno di protezione e di tempo per riprendersi e ripartire, ma attenzione a non creare delle bolle separate dal mondo per eccesso di protezione, per difficoltà a gestire il rapporto con l’esterno.
L’outreach salva i sistemi dalla tentazione di barricarsi nelle strutture, assecondando così i modelli segregativi imperanti.

Da che parte stiamo?

Nel conflitto capitale lavoro in cui noi interveniamo quando lavoriamo sullo sfruttamento lavorativo e non solo, noi siamo parte in causa. Siamo molto più vicinə di quello che possiamo pensare alle persone con cui lavoriamo, come lavoratorə con salari insufficienti, come cittadinə che non riescono a curarsi, come futurə pensionatə poverə. Potremmo cercare il senso politico di quello che facciamo non solo nella difesa dei diritti dellə altrə, ma anche nella difesa dei nostri diritti, perché non siamo così diversə da loro.

What am I doing here? Cosa sto facendo qui? Si chiedeva Bruce Chatwin parlando della sua inquietudine di viaggiatore quando stava troppo tempo fermo in un posto. Io mi chiedo che cosa ci facciamo noi in alcuni luoghi, o non luoghi. Che significato politico, civile, ha la nostra presenza nei luoghi dove queste persone sono confinate, a volte anche autoconfinate perché unica possibilità, come gli insediamenti informali, le occupazioni. Oppure ospitate (contenute, isolate) senza offrire servizi, come i CAS, i CARA, dai quali poi ovviamente escono per essere sfruttatə. E nei luoghi di segregazione, negli hotspot, nei CPR, luoghi di carcerazione già esistenti e che aumenteranno nel prossimo futuro. E nelle frontiere di mare e di terra, dove abbiamo il diritto e il dovere di intervenire, per informare, per identificare. Ci vogliamo e dobbiamo essere.

Come ci poniamo in tutto questo? Qual è la nostra posizione durante uno sbarco? Siamo parte del sistema di controllo e screening, siamo parte di un sistema segregativo? Come ci sentiamo?
Loro sono divisibili in vulnerabili e non vulnerabili, migranti economici e rifugiati, uomini e donne, minori e maggiorenni. Nigeriani, Banglasdesi, Egiziani.

Freire e Basaglia ci hanno detto che non dobbiamo rapportarci a delle categorie ma a delle persone. Che dividere il corpo sociale in segmenti è una violenza. La vulnerabilità non esiste: esistono forze soverchianti che fanno si che una caratteristica – essere donne, essere minore, avere un problema fisico, psichico – diventi uno svantaggio.

Io vengo da una generazione che credeva che ogni problema fosse imputabile alla società, era la società che creava le condizioni per essere tossicodipendenti, era la società che non abbatteva le barriere architettoniche e creava l’handicap. Oggi, dopo decenni di individualismo, ognunə si sente totalmente responsabile del suo destino. Ma non è vero. È una narrazione della cultura liberista che dice alla persona povera che la sua povertà è solo colpa sua, così come la ricchezza è solo merito, e non rendita di posizione, di classe, di censo.

E noi, come ci collochiamo in questa asimmetria di potere?
Un mio amico mi ha detto che se dopo i 50 anni quando ti svegli la mattina non senti qualche dolore vuol dire che sei morto. Parafrasando direi che se quando ci troviamo davanti ad evidenti ingiustizie, discriminazioni, razzismi, non sentiamo un senso di ribellione, un senso anche di schifo per tutto questo, un senso di inadeguatezza e rifiuto quando ci sentiamo parte di un sistema che in qualche modo categorizza, frammenta, esclude, allora forse siamo morti come esseri politici e anche come operatorə sociali.

 

Intervento di Fabio Sorgoni, Responsabile dell’Area Tratta e Sfruttamento della Cooperativa On the Road, all’incontro nazionale delle unità di strada e di contatto del sistema antitratta italiano, Novembre 2025, Pescara

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