Non torniamo alla normalità: Tratta e grave sfruttamento ai tempi del Coronavirus

La tratta di esseri umani e il grave sfruttamento, l’asservimento e la riduzione in schiavitù sono fenomeni profondamente radicati nel nostro paese.

Anche in tempi “normali” migliaia di persone sono private dei loro diritti umani e sociali e obbligate a prostituirsi per ripagare debiti e per evitare ritorsioni verso le loro famiglie, o costrette a lavorare e vivere in situazioni degradanti e pericolose – il lavoro indecente, così definito da molti rapporti di ricerca (tra gli altri i rapporti Agromafie e Caporalato dell’Osservatorio Placido Rizzotto e Agromafie di Eurispes) – oppure sfruttate a causa della loro povertà ed esclusione nell’accattonaggio, nello spaccio di droga e in altre attività illegali.

Quando si dice “non dobbiamo tornare alla normalità, perché è la normalità che ha generato questa situazione” si intende anche questo. La normaleviolenza contro l’ambiente, la normaledittatura del profitto su ogni altra dimensione dell’esistenza, hanno causato sia il proliferare di virus pandemici sempre più gravi, che l’incapacità globale e locale di rispondere efficacemente e congiuntamente: lo stesso mondo che produce cibo per 10 miliardi di persone e ne vede 1 miliardo soffrire la fame, non è stato in grado nemmeno di fornire banali mascherine a chi ci deve curare, nonostante l’OMS avesse avvisato fin da metà Gennaio della necessità di prepararsi.

Beato il mondo che non ha bisogno di eroi.

Il Coronavirus ha trovato il mondo normalmente asimmetrico in termini di accesso ai più elementari diritti, normalmente cieco davanti all’esponenziale crescita delle disuguaglianze economiche e sociali.

Oggi in Italia “mancano 300.000 migranti” nei campi e nelle serre… cioè mancano 300.000 di esseri umani disposti a lavorare per 1, 2, 3 euro all’ora, senza diritti, costretti a dare del “padrone” al datore di lavoro e fare 3 passi indietro (M.Omizzolo in Sotto Padrone), non necessariamente migranti, ma sicuramente senza alternative (Paola Clemente, bracciante agricola pugliese morta per le condizioni lavorative estreme nel 2016, e le migliaia di donne e uomini italiani che devono accettare situazioni di sfruttamento non dissimili di molti immigrati). Invece quando non c’era il Coronavirus era normale che il prezzo dei prodotti che compriamo al supermercato fosse tenuto basso dal lavoro paraschiavistico di queste persone.

Vorrei parlare di tratta e schiavitù come di una normalità alla quale non vorremmo tornare, ma purtroppo la catastrofe del Coronavirus sta colpendo durissimo tra le persone già vittime di sfruttamento, sessuale, lavorativo e di ogni altro tipo, riducendo alla fame le persone che si prostituiscono, negando anche i pochi mezzi di sopravvivenza a chi non può chiedere l’elemosina e lavorare per pochi soldi.

I progetti antitratta attivi in ogni regione italiana (finanziati dal Dipartimento per le Pari Opportunità, come quelli coordinati da On the Road, Asimmetrie 3 Marche e Asimmetrie 3 Abruzzo Molise) hanno da subito cambiato il loro modo di lavorare per contenere il più possibile i disagi. Gli operatori assistono le persone in programma di protezione che sono nelle case di accoglienza garantendo presenza, supporto psicologico, assistenza sanitaria, corsi di lingua, formazione professionale online, chi andava in strada ad incontrare prostitute e senza dimora oggi continua ad andare in strada a distribuire a questi ultimi kit sanitari e beni essenziali, e passa giornate al telefono con chi sta chiusa in casa, portandogli cibo, aiutandole ad accedere ai (pochi) benefit pubblici di cui hanno diritto. Ci stiamo attivando per preparare case di fuga in quarantena per chi in questo momento decide di fuggire dallo sfruttamento ed iniziare una vita autodeterminata.

Ci siamo, come sempre, anche di più, se possibile.

Ma siamo chiamati a fare ancora di più, soprattutto per evitare che i gruppi criminali e le mafie nazionali e straniere approfittino di questa crisi per reclutare le migliaia di persone che non hanno alternative, schiacciate dalla necessità di procurarsi da mangiare e da vivere.

Allora insieme al lavoro sociale quotidiano, stiamo partecipando ad azioni politiche e culturali di più ampio respiro.

La Ministra Bellanova ha detto, in relazione alla mancanza di manodopera in agricoltura, che se non interviene lo Stato interverrà la mafia. Parole giuste. E lo Stato deve intervenire con la regolarizzazione dei migranti già presenti sul territorio nazionale. Non solo quelli che servono in questo momento, ma anche agli altri. E non solo con provvedimenti ad hoc, ma con una riforma organica della legislazione sull’immigrazione, la cancellazione della Legge Salvini, con lo jus soli, con redditi minimi di cittadinanza che non siano misure populistiche elettorali ma sistemi di welfare universali. E con una lotta senza quartiere allo sfruttamento lavorativo, che è sempre stato giustificato dalle esigenze del mercato, mentre è sempre stato solo un modo per creare guadagni illeciti, spesso a vantaggio di chi controlla le filiere produttive e distributive.

Se ci accontenteremo di una soluzione al ribasso, dettata dai padroni delle macchine per garantire i loro privilegi, questa grande disgrazia che ci sta capitando ci farà diventare peggiori di prima e vivremo in un mondo ancora più diseguale e avvelenato dagli interessi di pochi.

Se cogliamo l’occasione per guardarci attorno e vedere qual era la normalità prima del Coronavirus, forse potremmo insieme sognare un mondo dove “andrà tutto bene, se tutto andrà bene per tutti”.

Fabio Sorgoni
Responsabile Area Tratta

Foto di On the Road Società Cooperativa Sociale, ghetto di San Ferdinando, Calabria

Articoli correlati: