“Io sono invisibile” – La storia di R.
R. arriva in Italia nel 1987, a 23 anni, con un diploma e un progetto: formarsi come modellista. Frequenta la scuola, svolge uno stage a Sant’Elpidio a Mare e lavora in fabbrica a Monte Urano. Nel 1992 termina gli studi e si trasferisce a Civitanova Marche per lavorare.
È lì che la sua traiettoria prende una direzione più complessa.
R. entra in un periodo difficile della sua vita. Racconta che, inizialmente, l’alcol era solo una forma di divertimento. Ma presto la situazione gli sfugge di mano. La relazione sentimentale si interrompe, e con essa anche molti legami affettivi. Inizia a vivere momenti di oscurità profonda. Nonostante una parvenza di normalità – un’auto nuova, un lavoro – dentro di sé si apre un vuoto che lo conduce a una vera e propria dipendenza. È in questo contesto che R. si perde: perde i documenti, le relazioni si spezzano.
Nel 2002 perde nuovamente i documenti e subisce due rimpatri. Una delle situazioni più critiche si verifica quando, inconsapevolmente, accetta un contratto di lavoro falso che lo trascina in un procedimento giudiziario che si conclude con dieci mesi di detenzione, in base alle normative dell’epoca, la legge Bossi-Fini. L’esperienza del carcere lascia un segno profondo. Anche oggi, a distanza di anni, R. non riesce a comprendere come un permesso scaduto possa portare alla detenzione.
“Questo, secondo me, non succede in nessun’altra parte del mondo”, dice.
Nel 2008 viene rimpatriato nuovamente e solo grazie al lavoro di un avvocato riesce a rientrare in Italia l’anno seguente. Nel 2013 viene assolto da ogni accusa legata al contratto falso. Un maresciallo, tempo prima, gli aveva detto che in caso di assoluzione gli sarebbero stati restituiti i documenti. Ma non accade nulla. Il vuoto burocratico si somma al disagio psicologico. Il carcere gli ha lasciato un carico difficile da sostenere. Riceve anche una diagnosi psichiatrica che attesta lo stato di sofferenza, ma la questura non lo riconosce come elemento sufficiente per interrompere il processo di espulsione.
Nel 2019, durante la pandemia, R. entra in contatto con On the Road. Un incontro che segna un punto di svolta. Si sente accolto, vede tra lɜ operatorɜ un connazionale, un “paesano”, come lo definisce lui, e questo dettaglio gli dà fiducia. Lɜ invita subito a casa e prepara per loro un piatto di couscous. È un gesto semplice, ma significativo, un primo passo per ristabilire un rapporto di fiducia.
Dal 2014 R. vive a Lido Tre Archi, Fermo. Racconta di aver vissuto per strada, in edifici abbandonati. Di essersi trovato in condizioni estreme, in cui l’alcol diventava l’unico mezzo per riuscire a dormire.
“Dovevo ubriacarmi per forza, se volevo chiudere gli occhi. Vedevo troppe cose.”
Quando gli chiediamo perché si sia fidato di noi, risponde: “Mano divina. In voi ho visto un’uscita dal mio calvario”.
Le sue parole ci riportano a un episodio accaduto fuori dall’ufficio. Quel giorno, R. ci guardò e disse: “Voi mi vedete? No! Io sono invisibile”. È una frase che non abbiamo dimenticato. Un’immagine che si accende come un interruttore: la persona esiste se viene vista, riconosciuta, accolta. Altrimenti resta ai margini, fuori fuoco. Invisibile.
Negli anni, R. ha trovato un equilibrio nuovo. Dopo l’ultimo viaggio in Marocco, racconta di essere tornato sereno, di aver passato del tempo con i genitori, di aver mangiato bene, con una vita semplice, ma regolare. Le sue priorità oggi sono: un contratto di lavoro, una casa, la cittadinanza, la patente, e la possibilità di tornare a trovare sua madre.
Quando gli chiediamo come immagina lo sportello di Lido Tre Archi in futuro, risponde senza esitazione: “Voglio venire a lavorare con voi”. Per lui siamo diventatɜ un punto di riferimento.
Anche l’assistente sociale lo dice: On the Road è presente in ogni passaggio del suo percorso. E da uno di questi incontri nasce una possibilità concreta: l’ottenimento di un primo documento sanitario, necessario per le cure mediche. Un passo che, dopo quindici anni di invisibilità, può significare ripartenza.
“Uno alla fine si pente,” ci dice “Io mi sono pentito tanto. Ma il destino ha voluto così. Potevo stare meglio, è vero. Ma potevo anche stare peggio, anche avendo tutto quello che volevo”.